La casa dalle finestre che ridono (1976)

Pubblicato: 8 maggio 2011 in Thriller

la casa dalle finestre che ridono

Spesso definito “horror padano”, contende da sempre a “Profondo rosso” (uscito un anno prima) la palma di più grande horror italiano degli anni ’70 (se non di sempre) ma va innanzitutto precisato che il film di Avati (così come quello di Argento) non è affatto un horror: descrive certamente una storia che genera paura e inquietudine ed è immersa in un’atmosfera morbosa e malsana (malcelata dietro l’apparente tranquillità della Bassa Padana) ma, anche se bara con lo spettatore facendogli credere che possano essere coinvolti fantasmi o misteriose presenze, mescola gli ingredienti della ghost-story con i meccanismi e gli stratagemmi tipici del giallo e del thriller: abbiamo quindi scricchiolii, rumori, ombre, vecchi segreti nascosti, delitti, false piste… Indubbiamente l’originalità dell’ambientazione è un punto di forza del film: si tratta di posti apparentemente tranquilli, assolati e umidi, custodi di orribili segreti e caratterizzati dall’ impenetrabile omertà dei suoi abitanti. Ma anche Avati segue il solco tracciato da Argento: il protagonista della vicenda si troverà, suo malgrado, al centro di una catena di delitti e comincerà ad indagare in proprio riuscendo a scoprire l’orribile verità…

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Stefano (Lino Capolicchio), un giovane restauratore, giunge in un paese della campagna ferrarese per occuparsi di un affresco raffigurante il martirio di San Sebastiano situato all’interno di una chiesa e opera di un pittore pazzo, morto suicida 40 anni prima. Del pittore, Buono Legnani, si sa poco o nulla e quel poco che si conosce è ammantato da un alone di leggenda: amava dipingere soggetti morenti, cosa che gli aveva procurato il nomignolo di “pittore di agonie”, e probabilmente aveva un rapporto morboso e incestuoso con le sue due sorelle, sparite dalla circolazione subito dopo la sua morte. Il paese sembra accogliere Stefano con diffidenza e il mistero ruota tutto intorno all’inquietante affresco che egli tenterà di riportare alla luce. Dopo la tragica morte di un suo amico precipitato dalla finestra e qualche telefonata anonima che lo invita ad andarsene un punto di svolta della vicenda si avrà con il ritrovamento di un vecchio registratore a bobine sul quale è incisa la voce delirante del Legnani… Ma qual è la terribile verità che Stefano sta facendo riemergere dal remoto passato? E chi non vuole che venga fuori?

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Avati, al solito, dirige da par suo con uno stile misurato e trasmette allo spettatore ansia e angoscia che trovano il loro culmine negli ultimi, fantastici, 20 minuti. Questo dimostra per l’ennesima volta che per far paura non c’è bisogno di effettacci a sensazione ma ci vuole soprattutto sapienza e abilità nel costruire le giuste atmosfere; inoltre una grossa mano la forniscono anche le fondamentali musiche di Amedeo Tommasi, fedelissimo avatiano, e la bella fotografia di Pasquale Rachini. Capolavoro.

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Cast principale:

Lino Capolicchio

Francesca Marciano

Gianni cavina

Eugene Walter

Regia: Pupi Avati

Edizioni in vhs: CVC

Edizioni in dvd: Fox

Formato video 1,85:1 anamorfico

commenti
  1. silvianovabellatrix ha detto:

    Hai detto bene….e’ un capolavoro di inquietudine. Nemmeno io lo definirei un horror e tantomeno un thriller. Strano che un lavoro cosi’ originale non sia stato ancora saccheggiato da qualche regista di culto d’oltreoceano 😉

  2. paultemplar ha detto:

    Perfettamente d’accordo, si tratta di un film che non ha eguali pur realizzato in stretta economia, come racconta Avati e come ricorda Capolicchio costretto ad entrare in un bar coperto di sangue per evitare di consumare altra sostanza preziosa:)
    Di livello pochissimo inferiore è Zeder, altro gioiellino anni 70

  3. johntrent70 ha detto:

    Anche “Zeder” mi piace, e non poco… il finale è identico a “Pet sematary” di King, libro scritto nello stesso anno (1983)…

  4. Avevo visto altri film di Avati, e scoprirlo in questo suo precedente lavoro, è stata veramente una grande sorpresa. Inquietudine ed angoscia rese veramente bene, e su tutto un ritmo narrativo incalzante e potente. Molto bello si, con un finale che se non ricordo male, lascia aperte più di una spiegazione.

  5. johntrent70 ha detto:

    Infatti il finale è “aperto”…. 🙂

  6. paultemplar ha detto:

    Con Profondo rosso, il film più bello degli anni settanta. Girato con due lire ma con abilità, questo film cattura, affascina e seduce. Grande Avati, grande Cavina, grande Capolicchio. Il finale è aperto solo in parte perchè quella sirena in lontananza dice come andrà a finire.Ciao dalessiano 🙂

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