I quattro dell’apocalisse (1975)

Pubblicato: 11 novembre 2013 in Western

i quattro dell'apocalisse

Dopo la deriva comico-parodistica in cui era ormai sprofondato il filone aureo dello spaghetti western dagli inizi degli anni ’70 fino alla metà degli stessi (dai 2 Trinità in poi passando per Sartana, Tresette, Alleluja, Spirito Santo, Carambola etc.), il regista Lucio Fulci spiazza ancora una volta pubblico e critica e propone un western assolutamente atipico e fuori da ogni schema.  Siamo nel 1975, il genere western era ormai in netto declino e di lì a poco sarebbe scomparso del tutto ma Fulci ha un guizzo dei suoi e porta sullo schermo una storia di Ennio De Concini basata sugli scritti di Francis Brett Harte, filmata con il suo solito, inconfondibile piglio autoriale che mescola sapientemente vari generi: è una storia completamente “on the road”, estremamente violenta ma anche con alcuni picchi di incredibile umanità. Il tramonto definitivo del western italiano sarà quello crepuscolare ma, prima che ciò accada, Fulci si inventa il western psichedelico… I quattro dell’apocalisse del titolo sono quattro derelitti (un baro, una prostituta incinta di non si sa chi, un ubriacone ed un matto), quattro reietti, quattro scarti della cosiddetta società civile che scampano fortunosamente ad una sorta di olocausto avvenuto in una sordida città e affrontano insieme un disperato viaggio alla ricerca di un mondo migliore che però non troveranno. Il loro cammino sarà funestato da morte e devastazione e la morte (ma non la dannazione) risparmierà uno solo di loro, spinto ad andare avanti dalla bramosia di vendetta. Tra i quattro spicca sicuramente un convincente e rude Fabio Testi nei panni del baro Stubby, un uomo distinto ed elegante che appare inizialmente poco incline alla violenza e all’uso della pistola (la sua vera abilità è quella di barare con le carte da gioco) ma che poi, dopo aver perso tutto, avrà una clamorosa e inusitata trasformazione. L’unico personaggio femminile è quello di Bunny, una prostituta incinta interpretata dalla bella Lynne Frederick mentre gli altri due componenti del quartetto sono l’ubriacone Clem (interpretato da Michael J. Pollard) e l’ex becchino di colore Bud (Harry Baird). Ad arricchire il cast c’è anche la partecipazione straordinaria di un Tomas Milian in stato di grazia nei panni di Chaco, un messicano freakkettone, sadicissimo e delirante caratterizzato ottimamente dalla voce originale dell’attore cubano che, come in quasi tutti i suoi western, si doppia da solo. Il suo personaggio è agghiacciante ed efferato e, nei pochi minuti in cui è sul proscenio, lascia davvero senza fiato (ma d’altronde non scopriamo certamente oggi la bravura di Milian). Una nota di “colore”: il look di Chaco (capelli e barba lunga, fascia tra i capelli, giacca scura e poncho in tinta con la fascia) è stato scelto da Milian stesso che ha dichiarato di essersi ispirato a Charles Manson, il feroce criminale noto per la terribile strage del 1969 nella villa di Sharon Tate. Questa cosa mi ha sempre messo i brividi addosso ed è anche per questo che ritengo il Chaco de “I quattro dell’apocalisse” il cattivo più cattivo tra i cattivi del western italiano. Vietato ai minori di 18 anni, il film si contraddistingue per alcune immagini davvero “forti”, in pieno “Fulci style”: l’estrazione di una pallottola da una gamba (con copiosa fuoriuscita di sangue mostrata in primo piano), la tortura di Chaco ai danni di uno sceriffo (dapprima scuoiato lentamente sulla pancia e poi finito con la sua stella conficcata nel petto nudo) e un pasto cannibalico…

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Stubby Preston (Fabio Testi), baro di professione ed elegante come un damerino, giunge a Salt Flat con una diligenza. Ad accoglierlo però non trova tavoli da gioco ma bensì lo sceriffo (Donald O’ Brien) che prima gli brucia i mazzi di carte truccati e poi lo chiude in cella insieme alla prostituta incinta Bunny (Lynne Frederick), all’alcolizzato Clem (Michael J. Pollard) e all’ex becchino di colore Bud (Harry Baird) che è un po’ suonato e afferma di poter parlare con i morti. Questo gesto salverà la vita dei quattro. Infatti, quella stessa notte, un gruppo di fanatici religiosi incappucciati scatena l’inferno in città e compie un autentico massacro di tutte le persone che, in un modo o nell’altro, si erano macchiate di qualche reato (assassini, ladri, truffatori etc.). E’ un’autentica mattanza che si compie con la connivenza dello sceriffo, dedito a consumare la sua cena a base di fagioli mentre all’esterno infuria la “battaglia”. Il giorno dopo, mentre si contano i morti sul campo, lo sceriffo concede ai quattro galeotti la possibilità di svignarsela in cambio dei 200 dollari che inizialmente Stubby gli aveva offerto per non farsi distruggere le carte; dà loro un carretto con 2 cavalli e gli intima di lasciare immediatamente Salt Flat. Inizia così il lungo viaggio della speranza dei quattro disperati e, dopo qualche incomprensione iniziale, si instaura nel gruppo un buon rapporto di amicizia e collaborazione. Il loro primo incontro è con una carovana di cristiani che gli offrono del cibo; per accattivarsi la loro benevolenza Stubby finge di essere il marito di Bunny e di essere quindi lui il futuro padre del bimbo che la donna porta in grembo. Dopo che le loro strade si sono separate incontrano un personaggio alquanto singolare: il messicano Chaco (Tomas Milian) che afferma di essere stato derubato da alcuni banditi e chiede un passaggio. In cambio promette di procurare la selvaggina e si dimostra abilissimo e sveltissimo sia con la pistola che con il fucile. Stubby, però, non è molto convinto (quale bandito serio deprederebbe qualcuno lasciandolo però armato fino ai denti?) e i suoi dubbi aumentano allorché assiste all’uccisione, ad opera dello stesso Chaco, di un gruppetto di uomini che lo stava braccando. In particolare uno di questi viene torturato sadicamente da Chaco che dapprima comincia a scuoiarlo lentamente sulla pancia e poi lo finisce conficcandogli la stella di sceriffo nel cuore. A questo punto è chiaro a tutti che Chaco è un fuorilegge della peggior specie e Stubby pensa a come liberarsi di lui. Purtroppo non ne ha l’opportunità in quanto Chaco gioca d’anticipo: scesa la notte, il luciferino messicano offre ai quattro del peyote (il noto fungo allucinogeno) per stordirli e, approfittando del loro momentaneo sbandamento, convince Clem a legare gli altri tre in cambio di un po’ di whisky. Stubby è l’unico a non mangiare il peyote (lo aveva sputato di nascosto) ma non riesce a fregare Chaco che, dopo averlo immobilizzato, violenta Bunny sotto i suoi occhi, convinto che sia sua moglie. Il mattino dopo Clem recupera un barlume di lucidità e cerca di aggredire Chaco ma questi gli spara ad una gamba; poi ruba il carretto e i cavalli e abbandona i quattro al proprio destino. Per loro il viaggio continua, stavolta a piedi… E dopo un lungo cammino rischiano di finire nuovamente tra le grinfie di Chaco che però viene distratto dalle tracce di una carovana: quando anche loro giungeranno sul posto troveranno tutti morti, anche donne e bambini (terrificante l’immagine di una bambola accanto a una bibbia insanguinata). Proseguendo si imbattono in una città fantasma dove si riparano per passare la notte; Clem non riesce a riprendersi dalla grave ferita alla gamba ma prima di morire chiede, come ultimo desiderio, a Bunny e Stubby di fare l’amore in suo onore. I due finiranno con l’innamorarsi… Intanto Bud dapprima vaga nudo tra le tombe del cimitero e poi porta via il corpo di Clem per seppellirlo; dopo un po’ ritorna con un grosso pezzo di carne, asserendo di aver ucciso un animale. I tre si cibano avidamente della carne ma il giorno dopo Stubby fa una macabra scoperta: Clem non era stato affatto sepolto e gli manca un bel pezzo di carne all’altezza della gamba… Resisi conto che Bud è ormai totalmente impazzito, Bunny e Stubby lo abbandonano nella città fantasma e continuano il viaggio da soli. Giunti in una città composta da rudi minatori, i due trovano ospitalità e sono proprio i minatori ad aiutare Bunny a partorire. Purtroppo la donna muore di parto e quindi Stubby decide di lasciare il pargoletto (un maschietto al quale verrà dato il nome di Lucky) alle amorevoli cure dei minatori, sostenendo che sicuramente loro saranno un padre migliore di lui. Stubby è ormai solo ma il suo viaggio non è ancora finito: deve trovare Chaco e ucciderlo…

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La colonna sonora è firmata dal trio Bixio/Frizzi/Tempera, qui alla loro prima collaborazione con il regista Lucio Fulci. Si tratterà di un incontro estremamente fortunato, giacchè i tre scriveranno altre soundtracks per i suoi film e soprattutto Fabio Frizzi firmerà in seguito le musiche degli horror più importanti e viscerali di Fulci che gli varranno nel mondo l’appellativo di “godfather of gore”. Come già detto, “I quattro dell’apocalisse” è un western estremamente atipico e le musiche contribuiscono in maniera determinante a renderlo ancor più particolare: è uno score molto rock nel quale si esaltano il basso di Michele Seffer e soprattutto la chitarra di Massimo Luca, chitarrista acustico di spicco negli anni ’70 e impiegato come turnista da tantissimi artisti e cantautori (da Mina a Battisti, da Venditti a Bennato etc.). Il testo della ballad principale (“Movin’ on”) porta la firma di Greenfield & Cook (i Simon & Garfunkel olandesi che prestano anche la loro voce) e alle percussioni troviamo perfino un giovane Tony Esposito. Fenomenale.

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Cast principale:

Fabio Testi

Lynne Frederick

Michael J. Pollard

Harry Baird

Tomas Milian

Donald O’ Brien

Regia: Lucio Fulci

Edizioni in dvd: Fabbri

Formato video 1,85:1 letterbox

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