La Tosca (1973)

Pubblicato: 13 luglio 2015 in Commedia

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“Un ave, un Padre e un Gloria pò fa’ cambià la storia…”

Tratto dal dramma storico di Victorien Sardou, “La Tosca” di Luigi Magni è un film estremamente interessante e particolare: infatti il regista, che nelle sue opere ha spesso raccontato la Roma papalina e risorgimentale, trasporta sullo schermo una sorta di musical che alterna parti recitate ad altre cantate che non ha (e non avrà) eguali nel nostro cinema. Il cast è semplicemente sontuoso: Monica Vitti (la focosa Tosca), Luigi Proietti (intensissimo e bravissimo come sempre), Vittorio Gassman (infido e spietato), Fiorenzo Fiorentini e Gianni Bonagura (estremamente viscidi), Ninetto Davoli, Umberto Orsini e finanche un monumento come Aldo Fabrizi nei panni del Papa! Pur trattandosi di una storia drammatica e pur rimanendo la sceneggiatura fedele al canovaccio originale l’ impianto generale è quello della commedia musicale e il risultato finale è piacevole e sorprendente. Un film davvero unico e imperdibile.

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14 giugno 1800. E’ il giorno della battaglia di Marengo che oppone le truppe francesi a quelle austriache. A Roma il Papa Re (Aldo Fabrizi) auspica la sconfitta di Napoleone e, dopo poco, un ussaro (Ninetto Davoli) riporta la notizia della sconfitta dei francesi. Mentre nella Basilica ci si lancia in canti di giubilo un improvviso colpo di cannone annuncia la fuga di uno dei tribuni della defunta repubblica, il giacobino Cesare Angelotti (Umberto Orsini), evaso dal carcere di Castel Sant’ Angelo. Sulle sue tracce si sguinzaglia la ferocissima polizia pontificia, guidata dal barone Scarpia (Vittorio Gassman), uomo vile, violento e psicotico. Il pittore Mario Cavaradossi (Luigi Proietti), simpatizzante giacobino, sta terminando un affresco in una cappella in attesa di incontrarsi, come tutte le sere, con la sua donna, la cantante Floria Tosca (Monica Vitti). Proprio in quella stessa cappella si è nascosto il fuggiasco Angelotti, fratello della marchesa Giulia Attavanti, che gli ha fornito uno dei suoi vestiti per farlo travestire da donna e agevolare la sua fuga. Cavaradossi si offre di aiutarlo ma intanto sopraggiunge Tosca, donna estremamente focosa e gelosa; Cavaradossi tenta di allontanarla dicendole che dovrà dipingere tutta la notte e la donna, pur sospettosa, accetta di andar via e si reca ad una festa a Palazzo Farnese indetta per festeggiare la sconfitta dei francesi a Marengo. A questo punto Cavaradossi e Angelotti se la svignano e il pittore decide di nascondere l’ uomo nella sua villa di campagna. Il barone Scarpia, perquisendo la cappella, trova un ventaglio della marchesa Attavanti e, conoscendo le simpatie rivoluzionarie di Cavaradossi, intuisce che Angelotti possa aver indossato gli abiti della sorella e che il pittore lo stia ora nascondendo. Per stanarlo si reca dunque alla festa a Palazzo Farnese con la scusa di consegnare il ventaglio a Tosca, sostenendo di averlo ritrovato in chiesa tra i pennelli e i colori di Cavaradossi e fingendo di credere che sia suo. Quando Tosca riconosce lo stemma degli Attavanti sul ventaglio immagina che Cavaradossi l’ abbia allontanata per incontrarsi di nascosto con la marchesa e, schiumante di rabbia e gelosia, si precipita alla villa di campagna approfittando anche della confusione generata dall’ arrivo della notizia che in realtà Napoleone ha rovesciato la situazione e ha trionfato a Marengo. Quando vede arrivare Tosca, Mario è costretto a confessare di aver dato asilo ad Angelotti. Scarpia, che aveva fatto seguire Tosca, irrompe in casa e riesce a catturare l’ evaso. Egli però aveva un potente veleno nascosto nell’ anello che portava al dito e si suicida. Per salvare le apparenze Scarpia lo fa impiccare ugualmente per dare al popolo la prova che la giustizia pontificia abbia comunque seguito il suo corso, mentre Cavaradossi viene condannato alla fucilazione per favoreggiamento. Scarpia, che ha sempre nutrito un amore segreto nei confronti di Tosca che si sta struggendo di dolore per il triste destino che attende il suo uomo, le propone un patto: lascerà libero Cavaradossi, simulandone la fucilazione con pallottole a salve, a patto che ella gli si conceda carnalmente (in realtà si tratta di una trappola poichè le pallottole sono vere). Tosca accetta, in cambio di un salvacondotto che possa consentire a lei e al suo amato di uscire dallo stato pontificio…

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Trattandosi di un’ opera musicale la colonna sonora è, ovviamente, di fondamentale importanza: il Maestro Armando Trovajoli compone delle musiche superbe che vengono arricchite dai testi pungenti e mordaci scritti proprio dal regista Luigi Magni, con i protagonisti stessi del film a cantare i brani. Andando nello specifico, alcuni di questi meritano assolutamente di essere ricordati. Il primo è “Mi madre è morta tisica”, una ballata romantica cantata da Monica Vitti e Luigi Proietti. Lo si ascolta come tormentone per ben 3 volte quando Tosca irrompe nella chiesa per incontrarsi con Cavaradossi che tenta però di allontanarla per far sì che la donna non scopra che sta proteggendo l’ evaso Angelotti…

M. Vitti: “Mi madre è morta tisica,
tu me farai morì de crepacore…
Noi donne semo nate condannate:
campamo innamorate,
morimo appassionate,
l’ anima mia và in dove tu la chiami…
Vola sui prati e zompa su li rami
ma non scappà così, mio bel levriero,
che a corre appresso a te me schioppa er core…”
L. Proietti: “Vabbè, che ce voi fa? Questo è l’ amore…”
M. Vitti: “Lo so, che posso fa? Questo è l’ amore…”
Insieme: “Questo è l’ amore…”

Il secondo brano sul quale vale la pena soffermarsi è “Chi pò sapè”, una bossa nova travolgente con la quale il terribile barone Scarpia, capo della polizia, si presenta ufficialmente agli spettatori e si prepara a dare la caccia ad Angelotti. L’ interprete è Vittorio Gassman, che esplica con dovizia di particolari la ferocia del suo essere crudele, potente, servo del papato (al quale aspirerebbe) e ligio alle leggi. Il tutto si svolge mentre si pavoneggia dinanzi allo specchio durante la sua vestizione…

Non basta esse bigotto,
non basta esse barone:
se nasce poliziotto,
ce vo’ la vocazione…
Chi pò sapè che cavolo ce sia
ner core d’ un solerte funzionario
dell’alta polizia?
So’ ‘n omo altolocato
ma fò er dovere mio,
so’ servo der papato
e c’ho er timor de Ddio…
Chi pò sapè che cavolo ce sia
ner core d’ un solerte funzionario
dell’alta polizia?
Me piace la tortura,
cor boia me ce svario:
io fino da creatura
so’ stato un sanguinario…
Chi pò sapè che cavolo ce sia
ner core d’un solerte funzionario
dell’alta polizia?

Ecco, qui siamo dinanzi al capolavoro assoluto. Le truppe della polizia pontificia sono sguinzagliate alla caccia del fuggitivo Angelotti e spaventano il popolo incutendo terrore già solo al loro passaggio. Capeggiano le terribili squadriglie due luogotenenti del barone Scarpia vestiti di tutto punto con cappelli a cilindro e bastoni: i due arringano il volgo con fare minaccioso, seguiti a piè sospinto dal loro capo. Gli interpreti sono Fiorenzo Fiorentini, Gianni Bonagura e Vittorio Gassman, il coro è affidato ai cantori moderni di Alessandroni e al passaggio della ronda la parola d’ ordine è una sola: “Tremate lo stesso…”

F. Fiorentini: “Se siete innocenti, se siete dabbene,
se siete cristiani devoti ai sovrani,
sia pure credenti, fedeli all’altare,
tremate lo stesso: cacatevi addosso!”
Popolo: “Ma semo innocenti! Fedeli all’altare!”
F. Fiorentini / G. Bonagura: “Tremate lo stesso: cacatevi addosso!”
Popolo: “Tremamo lo stesso, cacamose addosso…”
F. Fiorentini: “C’ è sempre nell’ombra chi attenta alla pace,
chi soffia sul fuoco, chi attizza la brace…”
Popolo: “Tu attenti alla pace? Tu attizzi la brace?”
F. Fiorentini / G. Bonagura: “Tremate lo stesso: cacatevi addosso!”
Popolo: “Tremamo lo stesso, cacamose addosso…”
F. Fiorentini: “Er popolo è boia e cambia gabbana,
stasera t’onora, domani te sbrana…”
Popolo: “Stasera m’onori? Tu cambi gabbana!
Tu attenti alla pace? Tu attizzi la brace!”
F. Fiorentini / G. Bonagura: “Tremate lo stesso: cacatevi addosso!”
Popolo: “Tremamo lo stesso, cacamose addosso…”
F. Fiorentini: “Pe’ chi c’ ha er potere, pe’ chi lo detiene
nessuno è innocente, nessuno è dabbene!”
Popolo: “E tu sei innocente??? E tu sei dabbene???”
V. Gassman: “Tremate lo stesso: cacatevi addosso!!!”
Popolo: “Tremamose addosso…
Cacamo lo stesso…”

Chiudiamo in bellezza con la romantica ballata cantata da Mario Cavaradossi mentre è in manette a Castel Sant’Angelo in attesa di essere fucilato per aver nascosto il giacobino Angelotti. L’ uomo si è suicidato ma è stato ugualmente impiccato per salvare le apparenze e Cavaradossi ne osserva il cadavere penzolante lanciandosi in un malinconico dialogo con la città di Roma. Per anni Proietti ha chiuso i suoi spettacoli teatrali cantando proprio questa canzone: “Nun je da retta Roma”. Ai tempi (era il 1973), quando il brano venne cantato in tv, Proietti fu costretto a cambiare l’ attacco iniziale per motivi di censura da “Nun je da retta Roma che t’ hanno cojonato” in “Nun je da retta Roma, er boia l’ ha impiccato”

“Nun je da retta Roma, che t’ hanno cojonato:
‘sto morto a pennolone è morto suicidato…
Se invece poi te dicheno che un morto s’ è ammazzato
allora è segno certo che l’ hanno assassinato…”
Coro: “Vojo cantà così, fior de prato…”
“Che fai, nun me risponni? Me canti ‘no stornello?
Lo vedi chi è er padrone? Insorgi, pija er cortello!”
Coro: “Vojo canta così, fiorin fiorello…”
“Annamo, daje Roma! Chi se fa pecorone
er lupo se lo magna… Abbasta uno scossone!”
Coro: “Vojo cantà…”
“Vabbè, fior de limone…”
Coro: “E’ inutile che provochi, a me nun me ce freghi:
la gatta presciolosa fece li fiji ciechi…
Sei troppo sbarajone, co’ te nun me ce metto:
io batto n’artra strada, io c’ ho pazienza, aspetto…
Vojo canta così, fior de rughetto…”

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Cast principale:

Monica Vitti

Luigi Proietti

Vittorio Gassman

Umberto Orsini

Aldo Fabrizi

Fiorenzo Fiorentini

Regia: Luigi Magni

Edizioni in dvd: 01

Formato video 1,85:1 letterbox

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