… E tu vivrai nel terrore! L’aldilà (1981)

Pubblicato: 21 luglio 2018 in Horror

l'aldilà

“Ora affronterai il mare delle tenebre… e ciò che in esso vi è di esplorabile…”

Nel 1981 Lucio Fulci si è ormai dedicato anima e corpo al cinema horror e i suoi film stanno riscuotendo un buon successo, soprattutto all’estero (Germania, Francia e Stati Uniti). Bisogna dunque insistere e battere il ferro finchè è bello caldo e quindi, partendo da uno script del fidato Dardano Sacchetti, Fulci si lancia in un progetto ambizioso che anche stavolta ha a che fare, trasversalmente, con Dario Argento; se infatti l’idea di fare un film sugli zombi era nata nel 1979 in seguito al successo planetario della versione europea di “Zombi” di George Romero supervisionata da Argento (da cui il fulciano “Zombi 2”, con tutte le differenze del caso) stavolta lo spunto nasce proprio dal grande successo di un altro film di Argento stesso, uscito l’anno prima: “Inferno”.
Sgombriamo però immediatamente il campo dagli equivoci: in entrambi i casi Fulci non ha assolutamente copiato Argento, anzi. Si sono alimentate negli anni stucchevoli e accese polemiche tra i due registi (un po’ sopite solo dopo la morte di Fulci) ma anche tra i fan dell’uno o dell’altro schieramento; noi ci limitiamo ad osservare che sicuramente può esserci stata l’idea di accodarsi ad un filone (i morti viventi, prima, e la casa infernale, dopo) ma chiunque abbia visto entrambi i film sa perfettamente che le pellicole fulciane sono non solo originalissime ma anche di notevole spessore tecnico e artistico e non possono essere certamente e frettolosamente bollate come banalissimi sottoprodotti argentiani. Nel caso specifico, poi, ci troviamo probabilmente di fronte al capolavoro horror di Fulci, davvero ricchissimo di invenzioni registiche (a partire dal prologo iniziale, virato in seppia). Se la sceneggiatura di partenza di Dardano Sacchetti, come raccontano le cronache, risultava abbastanza scarna (ma Sacchetti ha sempre smentito questa versione) Fulci ha sopperito sciogliendo le briglie della sua fantasia scatenata e delirante, firmando una pellicola violentissima, energica e visionaria che trova la sua sublimazione soprattutto nella rappresentazione degli omicidi: occhi deorbitati, volti disciolti dall’acido o dalla calce viva, tarantole giganti che pasteggiano a base di labbra, lingua e occhi, teste spappolate, gole azzannate e chi più ne ha più ne metta, compresi gli zombi nella parte finale (imposti dai produttori tedeschi, si dice)… Grazie alla fidata equipe che cura gli effetti speciali (un tris di autentici geniacci che rispondono ai nomi di Giannetto De Rossi, Maurizio Trani e Germano Natali) Fulci filma un film estremo e ricco di splatter: il sangue scorre a fiumi e molte scene sono ai limiti del sostenibile. Ciò costò al film il divieto ai minori di 18 anni e ancora oggi, nonostante siano passati decenni e il pubblico abbia visto di tutto e di più, non lascia indifferenti.
Fulci sa bene che il paragone con Argento è dietro l’angolo (d’altronde dall’inferno all’aldilà il passo è piuttosto breve) e la nostra sensazione è che egli faccia di tutto per affrancarsi dal “rivale” e dimostrare la sua bravura proprio nel coreografare e filmare le morti più bizzarre, con risultati clamorosi. Non solo: proprio in virtù di questo sottile gioco egli arriva al punto di “rifare” una delle scene più famose di “Suspiria”, ovvero la morte del cieco Flavio Bucci ucciso dal suo cane guida. Stavolta la vittima cieca è una donna, Cinzia Monreale, che viene anch’essa sbranata dal suo pastore tedesco, ovvero da colui che dovrebbe proteggerla e che invece si rivela il suo carnefice inaspettato. Ma se in “Suspiria” l’omicidio avveniva in lontananza, di notte, in campo lungo e in una enorme piazza deserta senza mostrare i dettagli del cane che sbranava il suo padrone inerme qui il tutto avviene in un salotto di casa, dunque in un ambiente chiuso e più rassicurante, ma con primi piani dettagliatissimi (e al ralenty) della gola della vittima presa a morsi. I brandelli di carne si strappano, il sangue scorre copioso, i morsi del cane si accaniscono anche sull’orecchio… Un vero massacro. Il regista romano abbandona totalmente le regole della logica narrativa, come se una vera sceneggiatura quasi non ci fosse: parlano solo le immagini e si va avanti di morte in morte in un autentico festival del supplizio. Si ha l’impressione chiarissima che Fulci sia davvero scatenato ed ispirato e il suo autocompiacimento lo si può ravvisare nell’autocitazione della morte di Antoine Saint-John: il suo volto squarciato da colpi di catene riporta immediatamente alla memoria la morte della maciara Florinda Bolkan in “Non si sevizia un paperino”. Il cast è composto da Katherine MacColl (richiamata dopo la buona performance in “Paura nella città dei morti viventi”), David Warbeck (anche per lui un ritorno dopo “Black cat”), i già citati Antoine Saint-John e Cinzia Monreale, Michele Mirabella, il fido Al Cliver e Veronica Lazar (che era stata addirittura il personaggio più temibile di “Inferno”, la Mater Tenebrarum, e qui viene invece degradata al ruolo di sguattera: non crediamo sia una cosa casuale)…
Alle invenzioni eccezionali degli effetti speciali di cui abbiamo già detto si aggiungono la splendida fotografia del Maestro Sergio Salvati e la scenografia di Massimo Lentini che, soprattutto nel finalissimo (il più disperato e potente del cinema horror italiano), riesce a regalare al pubblico qualcosa di fantastico e irripetibile: la rappresentazione filmata dell’aldilà. E’ storia arcinota ma la ripetiamo per chi non ne fosse a conoscenza: prendendo spunto da un quadro nel quale si immaginava uno scenario deserto fatto di rocce, sabbia e cadaveri distesi fu ricreata la stessa ambientazione in un teatro di posa della Incir De Paolis a Roma. Poichè il risultato visivo risultava piuttosto deludente Salvati pensò di camuffare il tutto con un po’ di nebbia e fumo; fece azionare le macchine che producevano il fumo artificiale e fece chiudere tutte le porte del teatro in modo tale che il fumo non si disperdesse. Con il calore delle potentissime lampade che illuminavano il teatro il fumo, però, non si sollevò ma restò basso, sospeso quasi a mezz’aria, creando così un effetto involontario e naturale incredibile che sembra realmente trasportare lo spettatore nel mare delle tenebre… nel nulla… nell’aldilà…

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Louisiana, 1927. Il pittore Zweick (Antoine Saint-John) alloggia nella camera 36 dell’hotel “Sette porte” e sta terminando un quadro rappresentante un paesaggio notturno e desolato, una sorta di oceano deserto con dei cadaveri distesi; improvvisamente irrompe nella stanza un manipolo di bifolchi armato di torce, catene e forconi. Il pittore è sospettato di stregoneria e in paese tutti hanno paura di lui. Dopo essere stato massacrato a colpi di catene il malcapitato viene trascinato nella cantina dell’albergo, sotto il livello del fiume circostante, dove viene crocifisso ad una parete. Per completare il supplizio gli viene gettata sul viso della calce viva che lo corrode lentamente… Sulla parete spicca uno strano simbolo, inciso sul polso del pittore e identico a quello riprodotto in un libro, l’ “Eibon”, che una ragazza, Emily (Cinzia Monreale), sta leggendo. Il libro rivela che l’hotel “Sette porte” è stato costruito su una delle sette porte dell’inferno; dopo questa rivelazione il libro prende fuoco e acceca Emily…
Sono passati 54 anni. Liza (Katherine MacColl), una ex modella newyorkese, ha ereditato il fatiscente albergo che risulta abbandonato da anni e che versa in pessime condizioni. Dietro le pressanti insistenze del suo amico architetto Martin (Michele Mirabella), Liza si è decisa a far restaurare l’hotel e a rimetterlo in attività ma iniziano i primi strani avvenimenti: il quadro di Zweick, ormai ricoperto di ragnatele, fa azionare il campanello della reception della camera 36 non appena viene sfiorato e un imbianchino precipita da un’impalcatura dopo aver visto una ragazza cieca ad una finestra. Le condizioni dell’uomo sono molto gravi e i soccorsi gli vengono prestati dal dottor John McCabe (David Warbeck), che lavora all’ospedale locale. In questa occasione Liza conosce altri due ambigui personaggi sbucati dal nulla: Martha (Veronica Lazar) e suo figlio Arthur (Giampaolo Saccarola). I due si occupano delle pulizie e della manutenzione dell’albergo da moltissimo tempo. Ma chi li ha assunti? Per chi lavorano? Liza decide di non mandarli via, anche perchè Martha ha già chiamato Joe (Tonino Pulci), un idraulico di fiducia, per sistemare le cantine ormai quasi totalmente allagate dal fiume. Mentre Joe the plumber lavora di scalpello per aprirsi un varco in una parete si ritrova nella stanza dove fu crocifisso Zweick: dal buio compare una mano scarnificata che gli cava entrambi gli occhi…
Mentre è in auto Liza incontra Emily, una ragazza cieca ferma nel bel mezzo di un ponte con il suo cane guida. Dopo aver rischiato di investirla, Liza accompagna Emily nella villa dove la ragazza vive sola in compagnia del suo pastore tedesco. Emily ammonisce Liza e la invita ad andare via ma non le spiega i motivi. Intanto Martha scopre il cadavere di Joe nelle cantine ma non sembra battere ciglio alla sua visione; dalle acque putrescenti riaffiora anche il cadavere di Zweick… Nella morgue dell’ospedale il dott. Harris (Al Cliver), appassionato dell’occulto, collega un rilevatore di onde cerebrali al cranio di Zweick per divertimento e poi si allontana; nella stessa sala la vedova di Joe (Laura De Marchi) sta procedendo alla vestizione della salma del marito e, contemporaneamente, il monitor collegato al corpo di Zweick rileva una qualche attività. Sfruttando i suoi poteri telecinetici Zweick fa fuoriuscire da una grossa bottiglia un potentissimo acido corrosivo che colpisce in pieno viso la poveretta: stesa al suolo, la donna viene martoriata dal getto di acido che cade dalla bottiglia rovesciata. Jill (Maria Pia Marsala), la piccola figlia di Joe, entra nella stanza richiamata dalle urla della madre e viene lentamente circondata dalla schiuma purpurea che si leva dalle carni della donna. Come una torbida marea la schiuma avanza e si avvicina inesorabile mentre Jill cerca una via di fuga; l’unica porta che si apre è quella che la fa ritrovare in una cella frigorifera, faccia a faccia con un cadavere appena resuscitato. Rivedremo Jill al funerale di entrambi i genitori, ormai divenuta cieca…
Emily va a trovare Liza in hotel per chiederle nuovamente di fuggire via lontano e le racconta che cinquant’anni prima tutti gli abitanti dell’hotel furono ritrovati morti. Tra le vittime c’era anche il pittore maledetto Zweick che aveva scoperto che l’hotel era costruito su una delle sette porte del male. Emily tocca il quadro maledetto e le sue mani sanguinano; il campanello della stanza 36 suona ripetutamente e allora Emily fugge via… Liza si arma di coraggio ed entra nella famigerata camera 36 dove trova una copia del libro di “Eibon” e vede l’immagine del pittore crocifisso ad una parete. Il dott. McCabe, che si trovava a passare di lì per caso, rincuora la spaventatissima Liza ma, tornati nella stanza, i due non trovano più traccia né del libro né tantomeno di Zweick.
L’architetto Martin, incuriosito dalla storia raccontata da Liza, decide di studiare la planimetria dell’albergo consultando i vecchi registri della biblioteca cittadina. Poichè è in corso uno sciopero l’uomo si ritrova completamente solo all’interno della biblioteca. Arrampicatosi su una scala, cade improvvisamente e resta paralizzato; un’orda di famelici ragni giganti lo assale e ne divora letteralmente il volto mentre la planimetria si dissolve lentamente e beffardamente dai registri… Il dott. McCabe decide di approfondire i farneticanti racconti di Liza e decide di partire dal suo incontro con Emily; si reca dunque alla villa dove vivrebbe la ragazza ma la trova abbandonata e disabitata da anni. Tuttavia rinviene una copia parzialmente bruciata dell’ “Eibon” ed inizia ad avvicinarsi all’oscuro segreto…

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In un film del genere l’atmosfera viene creata a dovere anche dagli effetti sonori e dalla soundtrack. E qui il direttore di doppiaggio Pino Colizzi (sua è la voce fuori campo che ripete la sinistra frase con cui abbiamo aperto il nostro articolo) ci mette anch’egli del suo, arricchendo il film nelle scene topiche di una serie di sussurri e bisbiglii (che in gergo tecnico venivano chiamati “la cupola”) per creare una situazione di angoscia e disagio nello spettatore (nel finalone le voci sussurrano ossessivamente i nomi di John e Liza). Naturalmente l’apporto delle musiche risulta fondamentale e chiama in causa Fabio Frizzi, compositore che ha legato indissolubilmente il suo nome soprattutto alle collaborazioni con Fulci e che con questo score firma indiscutibilmente il suo capolavoro. La sua colonna sonora è potente ed energica, con cori in latino e orchestra poderosa a supporto: è chiaro che se uno spunto di partenza al film lo ha dato “Inferno” anche le musiche di Keith Emerson sono state tenute in alta considerazione dal compositore bolognese. Frizzi compone una colonna sonora originalissima e variegata nella quale, di tanto in tanto, riecheggiano anche temi al pianoforte classico e perfino un giro di blues (d’altronde siamo in Louisiana)… Un gioiello assoluto.

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Cast principale:

Katherine MacColl

David Warbeck

Cinzia Monreale

Antoine Saint-John

Al Cliver

Veronica Lazar

Regia: Lucio Fulci

Edizioni in vhs: Lamberto Forni

Edizioni in dvd:

Anchor Bay (USA) e NoShame

Formato video 2.35:1 anamorfico

Edizioni in blu-ray: Arrow (UK)

Formato video 2,35:1 anamorfico

commenti
  1. Sep ha detto:

    il capolavoro piu’ grandel del Maestro, uno dei migliori del cinema di genere se non il migliore
    gran bella recensione!!!!

  2. johntrent70 ha detto:

    Un delirio senza freni. Pur riconoscendogli una valenza indiscutibile non è, tuttavia, il mio preferito in assoluto tra gli horror di Fulci. Per me il migliore di tutti è “Quella villa accanto al cimitero”.

  3. Escodiradoeparloancorameno ha detto:

    Estremo e malsano, davvero tosto. Ricordo la vhs Avo che era monca del prologo col massacro del pittore stregone e ciò rendeva molti passaggi successivi del film del tutto incomprensibili…

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