Arrapaho (1984)

Pubblicato: 22 settembre 2018 in Commedia

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L’idea di girare un film basato sulle canzoni degli Squallor poteva venire soltanto ad un piccolo “genio del male” dei film a bassissimo costo come Ciro Ippolito. Qui non siamo al low budget, siamo addirittura oltre… Eppure il regista/produttore napoletano si mette di buzzo buono, gira tutto il film in un paio di settimane e in presa diretta e compie un vero miracolo coinvolgendo come non mai la ciurmaglia degli Squallor al gran completo: Alfredo Cerruti è la voce fuori campo, Daniele Pace è il grande capo indiano Palla Pesante, Giancarlo Bigazzi è il dottor Zivago che irrompe nel villaggio indiano a bordo di una slitta chiedendo la strada per la steppa e Totò Savio cura le musiche e interpreta uno dei guerrieri indiani. Costato poco più di 100 milioni, il film ne incasserà almeno venti volte di più! Gli Squallor, per i poveri ignavi mortali che non lo sapessero, erano un gruppo musical-demenziale nato nella prima metà degli anni ’70: composto da fior di produttori discografici e da musicisti come Daniele Pace, Totò Savio, Giancarlo Bigazzi (+ la voce “storica” Alfredo Cerruti e la partecipazione iniziale di Gianni Boncompagni), incise 3 album sperimentali dal 1974 al 1977 che si caratterizzavano per un umorismo graffiante e testi ironici recitati su basi musicali di incredibile bellezza. Dal quarto album in poi (“Pompa”) iniziò la fase della volgarità più esplicita e un uso di parolacce che li fece diventare autentico fenomeno di costume. Nonostante non partecipassero a nessun programma televisivo o radiofonico, sfornavano con regolarità un disco all’anno che puntualmente raggiungeva risultati di vendite più che lusinghieri e senza pubblicità. La svolta si ha nel 1983, con il passaggio dalla CGD alla Ricordi e un battage pubblicitario anche televisivo che dà i suoi frutti: il primo album pubblicato per la Ricordi, “Arrapaho”, per un certo periodo risulta tra i 20 album più venduti (!) e credo che tutti ricordino il tormentone in tv: “Ciao, comprati Arrapaho!”.
Ippolito intuisce che il momento è quello giusto: la notorietà degli Squallor è all’apice e il progetto cinematografico nasce e si realizza in brevissimo tempo. L’album omonimo viene preso come pretesto per costruire una esile storia centrale incentrata su 3 tribù indiane in guerra tra loro, volutamente interrotta da parodie di spot pubblicitari ispirati a tormentoni del periodo (il detergente Intimo di Karinzia, i profilattici Hatu, la carne in scatola Simmenthal, il Camel Trophy). Nell’album si citano varie volte il caffè Caracolito (‘o miracolo!) e Cesare Ragazzi, celeberrimo tricologo che negli anni ’80 imperversava in tv promuovendo i suoi innovativi prodotti per la cura e la ricrescita dei capelli: Ippolito lo avrebbe voluto nel film ma egli non accettò di partecipare e venne quindi sostituito da un sosia che appare per far indossare un parrucchino a Cavallo Pazzo, cui hanno appena preso lo scalpo… Il resto del film è un omaggio ad alcuni importanti personaggi e protagonisti indimenticabili di alcuni brani storici come Berta e Pierpaolo.
Nei primi anni ’80, con la nascita delle nuove tv commerciali, alcuni registi erano insorti contro di esse perchè non volevano che i loro film venissero interrotti dagli spot (“Non si interrompe un’emozione…”: altri tempi!); Ippolito invece concepisce un film con la finta pubblicità già inserita al suo interno, ispirandosi in un certo qual modo ai Monty Pithon de “Il senso della vita” o al John Landis di “Ridere per ridere”, riprendendo l’idea dei finti mini spot tra un brano e l’altro lanciata dagli stessi Squallor in “Mutando” (1981) e “Uccelli d’Italia” (1984). Dal 33 giri “Arrapaho” viene estrapolata l’idea centrale (la tribù indiana) e l’hit parade (che richiama ovviamente quella di “Pompa” del 1977) con titoli alquanto improbabili (“Tu m’e scassat ‘a penna”): il primo posto spetta di diritto a “‘O tiempo se ne va”, brano di punta dell’album cantato dal solito Totò Savio, proposta per intero con tanto di balletto e coreografia in perfetto stile musical. Si ritaglia un piccolo spazio anche “Avida”, splendido brano con base musicale che richiama “Private investigations” dei Dire Straits (utilizzata quasi interamente ed adattata forzatamente al contesto indiano) e “Aida” nel finale (su cui torneremo).

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La vicenda principale ruota intorno a 3 tribù indiane (gli Arrapaho, i Cefaloni e i Froceyenne). La bella Scella Pezzata (la Tinì Cansino futura protagonista del Drive-In televisivo), figlia del capo dei Cefaloni Palla Pesante (Daniele Pace), è innamorata di Arrapaho (Urs Althaus, che forse i più ricorderanno nei panni del giocatore Aristoteles ne “L’allenatore nel pallone”), il più macho della tribù omonima che però è anche oggetto dei desideri di Luna Caprese, un guerriero della tribù dei Froceyenne. L’amore tra Scella Pezzata e Arrapaho è osteggiato dal vecchio Cavallo Pazzo (Armando Marra) che vuole sposarla a tutti i costi e tenta di rapirla. Arrapaho interviene per salvarla e strappa lo scalpo a Cavallo Pazzo prima di essere catturato dai suoi guerrieri. Riuscirà a fuggire con l’aiuto di 2 Froceyenne (l’appassionato Luna Caprese e Latte Macchiato) e impedirà il matrimonio tra Scella Pezzata e Cavallo Pazzo portando via la pulzella nel mezzo della funzione. Alla fine i due delusi (Cavallo Pazzo e Luna Caprese) troveranno il modo di rifarsi delle loro pene d’amore mettendosi insieme in un gran finale sancito dalla scritta “The GAY after”

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Le interruzioni della storia sono 8. Tra queste vale la pena ricordare le 3 dedicate al “TRANVEL Trophy”, finto spot che fa il verso al famoso Camel Trophy degli anni ’80, difficilissima gara estrema dedicata ai fuoristrada e sponsorizzata dalla nota marca di sigarette. L’emblema dello spot originale era una jeep gialla mentre la parodia di Ippolito riguarda un distinto signore in giacca, cravatta e 24 ore (si tratta del direttore di produzione del film Mario Olivieri) che tenta disperatamente di prendere al volo il tram (giallo, ovvio) senza riuscirvi… La musica di Totò Savio è entusiasmante e richiama moltissimo quella originale del tema de “Il buono, il brutto, il cattivo”

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“Berta” è sicuramente uno dei capolavori assoluti del repertorio squalloriano e bene ha fatto Ippolito a rendergli omaggio. Inserita nell’album “Pompa” del 1977 e sulla base musicale già utilizzata per “Vacca” dell’anno prima, si estrinseca in un delirante dialogo tra la volgarissima napoletana Berta e il suo spasimante milanese ricco e macho (la voce è sempre quella di Cerruti per entrambi i personaggi) che, con atteggiamento volgare e maschilista, si vanta delle sue capacità amatorie, la apostrofa con termini poco “carini” e la invita a scendere giù per travolgerla con un uragano di sesso. Ma Berta non è da meno e lo riempie di insulti di ogni tipo (assolutamente micidiali!) in dialetto napoletano, ridicolizzandolo. La trasposizione cinematografica che vediamo in “Arrapaho” è abbastanza fedele, anche se il maschio dovrebbe essere milanese ma in realtà è un giovane straniero di nome Jurgen (tedesco?) che storpia le mitiche frasi di Cerruti (su tutte “Ti spacco il culo” che diventa “Ti spacco il colon”!). Berta, invece, è la bravissima Marta Bifano, che si dimostra assolutamente perfetta nei panni della “vrenzola” DOC e sciorina con disinvoltura tutte le parolacce terrificanti che hanno reso celebre questo pezzo.

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Pierpaolo è un altro personaggio storico dei dischi degli Squallor omaggiato da Ippolito. Fa il suo esordio nel 1977 nel brano “Famiglia cristiana”, ritorna l’anno dopo in “Torna Pierpaolo” (l’album è “Cappelle” del 1978) e, dall’album “Mutando” (1981) in poi, diventa ospite fisso in tutti i dischi con una traccia a lui dedicata. Pierpaolo è il figlio viziato di un ricco industriale invischiato in loschi traffici, parla con una voce ritoccata e accelerata (la voce originale immaginiamo sia sempre di Cerruti che poi sovraincideva la voce del papà all’altro capo del telefono) e ricatta il genitore che è costretto a versargli somme cospicue in cambio del suo silenzio. In ogni brano Pierpaolo telefona a casa da un posto diverso in giro per il mondo (la Giamaica, Phoenix, Dusseldorf, l’URSS, l’India etc.), chiede continuamente soldi per finanziare i suoi bagordi o le sue attività ed il padre, servile e accondiscendente, non osa mai contraddirlo e lo accontenta in tutto salvo poi lamentarsi e insultarlo quando si conclude la telefonata. Le apparizioni totali di Pierpaolo negli album degli Squallor sono 10; la versione cinematografica non è esaltante (forse è il punto più basso del film), anche se Ippolito ha capito l’importanza del personaggio e ha voluto comunque inserirlo in questo guazzabuglio squalloriano.

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Concludendo, “Arrapaho” è il trionfo del cattivo gusto e del cosiddetto trash ma chi ha amato gli Squallor non può non guardarlo con simpatia. Alcune cose potevano riuscire certamente meglio (Pierpaolo) ma alcune idee restano geniali e vanno contestualizzate e apprezzate. Per esempio l’ultima trovata: terminato il montaggio, Ippolito si rese conto che il film durava circa un’ora. Per allungare il brodo e raggiungere un metraggio finale di circa 78 minuti montò dei titoli di testa lunghissimi (della durata di oltre 3 minuti!) e poi aggiunse una coda finale: girò alcune immagini all’arena di Verona di una rappresentazione dell’Aida trasformandola in passerella finale dei personaggi del film. Seduti in mezzo al pubblico riconosciamo Berta e Jurgen, l’uomo che inseguiva il tram negli spot del Tranvel Trophy e una coppia di amici che fa il verso all’album originale che si apriva proprio con l’Aida e le voci (sempre di Cerruti) dei vecchietti Vincenzo e Antonio, seduti in teatro: sullo schermo i due hanno i volti di Benedetto Casillo e Renato Rutigliano, ovvero i Sadici Piangenti, duo comico napoletano attivo negli anni ’70. Infine, i titoli di coda (anch’essi lunghissimi) scorrono sulle immagini di Ippolito che finge di dirigere un’orchestra mentre sullo schermo si legge un favoloso cast di attori invisibili che hanno partecipato al film (De Niro, Pacino, Redford, Brando, Liz Taylor etc.). Non crediamo che “Arrapaho” sia il più brutto film mai girato, anche perchè c’è sicuramente chi ha fatto di peggio: va semplicemente guardato con serenità e preso per quello che è, ovvero un divertissement senza alcuna pretesa autoriale, volutamente sciatto, improvvisato e girato con allegria. Visto il grande successo il mitico Ciro Ippolito ritenterà il colpo l’anno dopo con una produzione alle spalle ben più importante (la Titanus) e se pensate che questo film sia brutto aspettate di guardare quello successivo, sempre ispirato ad un altro grande album di successo: “Uccelli d’Italia”.
“Eh sì, era meglio quando c’erano gli Squallor…”

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Cast principale:

Daniele Pace

Tinì Cansino

Urs Althaus

Armando Marra

Alfredo Cerruti

Benedetto Casillo

Renato Rutigliano

Edizioni in dvd: Federal

Formato video 1,85:1 anamorfico

commenti
  1. Givannagio Pagliarulo ha detto:

    Non si direbbe, ma l’ ho visto tante volte, dato che ho amato gli Squallor…non potevo non vedere il film, tra l’altro ho un legame affettivo che custodisco amorevolmente e poi mi faceva ridere 🤭

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