Django (1966)

Pubblicato: 15 dicembre 2018 in Western

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Violento e anche piuttosto sanguinario, “Django” è senza ombra di dubbio uno dei capisaldi del western all’italiana ed è stato sempre giustamente celebrato in ogni angolo del mondo. Visto il grande e meritato successo è nata anche una serie incredibile di Django apocrifi che nulla hanno a che vedere con il personaggio originale e che sfruttavano il nome di Django nel titolo per attirare pubblico; in realtà l’unico vero sequel ufficiale è “Diango 2 – Il grande ritorno”, sempre con Franco Nero, diretto da Nello Rossati nel 1987 (quindi 21 anni dopo). Scritto dai fratelli Bruno e Sergio Corbucci e diretto da quest’ultimo, “Django” si avvale delle ottime interpretazioni di Franco Nero (qui al suo primo ruolo davvero importante) e del cattivissimo Eduardo Fajardo nonchè della bellezza suadente di Loredana Nusciak che sembra quasi stonare con il resto delle “facce da galera” presenti nel film: oltre al già citato Fajardo vale la pena menzionare anche Luciano Rossi (sempre col suo sguardo allucinato), Gino Pernice (una sorta di perfido pastore al quale i messicani taglieranno un orecchio), José Terròn (Ringo, uno degli sgherri di fiducia del maggiore Jackson con una vistosa cicatrice sul volto) e José Bòdalo (nei panni del generale messicano Hugo Rodriguez).
Fin dalle prime scene si intuisce la grandezza del personaggio ideato da Corbucci: Django è l’antieroe per eccellenza, uno che ha combattuto per il nord ma che poi ha disertato, sporco di polvere e fango e con indosso i pantaloni malridotti di una divisa, gli stivali e il cappello di rito. Non ha un cavallo e quindi cammina a piedi trascinandosi una bara legata con una corda. Per questo motivo chi lo incontra crede che sia un becchino ma in realtà nella bara, al posto di un cadavere, c’è una potentissima mitragliatrice. Django è un solitario, un gringo svelto con la pistola (ma anche con la lingua) che vaga in cerca di vendetta contro chi gli ha ucciso la moglie. Alla fine riuscirà nel suo scopo, seppur pagando a caro prezzo… Fondamentale.

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In un paese di confine tra USA e Messico, insanguinato dalla feroce faida che vede contrapposti i messicani rivoluzionari capeggiati dal “generale” Hugo Rodriguez (José Bòdalo) e una setta razzista di incappucciati rossi comandata dal maggiore Jackson (Eduardo Fajardo) arriva Django (Franco Nero), un pistolero nordista ex reduce di guerra che si sposta a piedi e porta con sé una bara. Prima di giungere nel centro abitato Django salva la vita a Maria (Loredana Nusciak), una bella donna che prima si era unita ai messicani e dopo era fuggita: mentre veniva frustata per il suo tradimento era sopraggiunto un gruppetto di 5 uomini affiliati al clan del maggiore Jackson che dapprima avevano ucciso i messicani e poi si apprestavano a giustiziare anche la donna, crocifiggendola. Ma a quel punto era intervenuto Django sterminandoli agevolmente per poi condurre Maria in paese.
Una volta giunto nella locanda-bordello gestita da Nataniele (Angel Alvarez), Django viene ammonito da quest’ultimo ad andarsene al più presto per evitare rappresaglie da parte di Jackson e dei suoi scagnozzi ma Django invece li sfida apertamente e, grazie alla mitragliatrice che nasconde nella sua bara, li decima costringendo Jackson alla ritirata. Con questa mossa il nostro si guadagna la fiducia del capo dei rivoluzionari messicani Hugo e lo convince a rapinare il forte Charriba con la scusa di utilizzare l’oro per comprare le armi necessarie alla rivoluzione. L’espediente per penetrare nel forte è il più antico del mondo, una variante del cavallo di Troia costituita dal vecchio carretto di Nataniele che, invece di trasportare le prostitute pronte a sollazzare gli uomini del forte, è pieno di messicani armati fino ai denti che, una volta dentro, uccidono tutti e trafugano oro e denaro (compresi i risparmi di Jackson).
Nel momento in cui Hugo non rispetta più i patti e decide di non spartire l’oro a metà con Django si aprono nuovi scenari: approfittando della confusione dei festeggiamenti per l’esito della rapina Django decide di prendersi tutto e, mentre si sta dando alla fuga, viene sorpreso da Maria che gli chiede di portarlo con lui. I due si mettono in viaggio a bordo di un carretto ma, per un caso fortuito, la solita bara nella quale stavolta Django ha nascosto l’oro scivola in un dirupo e viene inghiottita dalle sabbie mobili. Sorpreso da Hugo e dai suoi uomini che sparano a Maria alle spalle, Django viene risparmiato ma prima gli vengono fracassate entrambe le mani con il calcio di un fucile facendogli poi passare ripetutamente sopra i cavalli. Anche stavolta Maria è salva per un pelo e, dopo averla portata da Nataniele affinchè le presti le dovute cure, il moribondo Django fa sapere a Jackson di essere pronto a sfidarlo al cimitero di Tombstone dove è sepolta sua moglie…

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Giallo nel finale: Django, nonostante le gravissime menomazioni subite alle mani, uccide ugualmente il maggiore Jackson e i 5 uomini incappucciati al suo seguito dopo aver collocato la pistola sulla tomba della defunta moglie. Dall’arma si sentono partire sette velocissimi colpi. Peccato che la colt impugnata da Django possa contenerne al massimo sei, quindi da dove proviene quel colpo in più? Per anni si è favoleggiato tra appassionati e fanatici nei forum (anche internazionali) di cinema in rete dando le interpretazioni più disparate: la più gettonata era quella secondo la quale il settimo colpo sarebbe stato sparato dalla moglie morta di Django, tirando in ballo una giustizia superiore e dando così una sorta di connotazione metafisica al finalone. Purtroppo è triste smontare i sogni ma la realtà, a volte, è amara: si è trattato solo di un banalissimo errore del rumorista/fonico in fase di missaggio del film…
Le musiche (ottime, manco a dirlo) sono affidate al Maestro Luis Enriquez Bacalov e la canzone dei titoli di testa (con testo di Franco Migliacci) è affidata alla voce di Rocky Roberts. Altro piccolo giallo: esiste anche una versione di questa canzone incisa in italiano e cantata da Roberto Fia ma nelle edizioni del film fin qui da me visionate (anche estere) è sempre stata utilizzata quella in inglese. Ho appreso dal web che in un ormai antico dvd giapponese con audio italiano la canzone che si ascolta sui titoli di testa è proprio quella italiana cantata da Fia ma si tratta di una manipolazione dei signori orientali o di un clamoroso risvolto filologico? Io propendo per la prima ipotesi…

Django!
Django, have you always been alone?
Django!
Django, have you never loved again?
Love will live on,
life must go on,
for you cannot spend your life regreating.
Django!
Django, you must face another day.
Django!
Django, now your love has gone away.
Once you loved her,
now you’ve lost her,
but you’ve lost her forever, Django.
When there are clouds in the skies and they are grey
you may be sad but remember that love will pass away.
Oh, Django!
After the showers is the sun
will be shining…
Once you loved her,
now you’ve lost her,
but you’ve lost her forever, Django.
When there are clouds in the skies and they are grey
you may be sad but remember that love will pass away.
Oh, Django!
After the showers is the sun.
will be shining…
Django!
Oh Django!
You must go on,
Oh Django…

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Cast principale:

Franco Nero

Eduardo Fajardo

Angel Alvarez

Loredana Nusciak

José Bòdalo

Gino Pernice

Regia: Sergio Corbucci

Edizioni in vhs: Shendene

Edizioni in dvd:

Blue Underground (USA): formato video 1,66:1 anamorfico

Surf: formato video 1,66:1 anamorfico

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