Un amore così fragile così violento (1973)

Pubblicato: 11 aprile 2020 in Drammatico

un amore così fragile così violento

Dopo il buon successo di pubblico e critica del film di Damiano Damiani “L’istruttoria è chiusa: dimentichi”, trasposizione cinematografica del romanzo “Tante sbarre” di Leros Pittoni, è lo stesso Pittoni che decide di mettersi in proprio per portare sullo schermo un’altra sua fatica letteraria: “Un amore così fragile, così violento”. Con questo film lo scrittore firma la sua prima e unica regia e va detto che il risultato è davvero buono: alcuni panorami e scorci siciliani sono davvero fantastici e la scelta del protagonista, un Fabio Testi davvero efficace, si rivela perfetta. Testi, infatti, è sempre convincente nella figura dell’eroe solitario dal cuore d’oro e senza macchia e senza paura, qui per giunta ingiustamente accusato di un omicidio mai commesso. Ad affiancarlo si segnala una intensa Paola Pitagora (che regala anche un fugace nudo integrale), un perfido Gino Santercole e la bellissima Maria Baxa (anche lei nuda, of course). Il cast di contorno vede altre facce note agli appassionati di cinema di genere italiano: in primis Franco Ressel, poi Daniele Dublino e Luigi Casellato.
La storia, tragica e con elementi tipici del dramma rusticano, viene davvero ben diretta dall’esordiente regista che, forse conscio dei propri limiti tecnici, non si inerpica su territori complessi, fa le cose semplici e regala comunque ottime e sorprendenti inquadrature in alcune scene importanti (su tutte vanno segnalate quella della barca di Testi affiancata dal motoscafo della Baxa, lo stupro del laido Santercole ai danni della povera Pitagora e la processione pasquale nel paese con un sorprendente Testi ad incarnare in maniera incredibile le sembianze iconografiche del Cristo sulla via del calvario). Anche le musiche di Daniele Patucchi risultano intense e toccanti, decisamente azzeccate soprattutto nei momenti in cui la pellicola dà la sensazione di scivolare maggiormente sul lato lacrimevole.
Purtroppo il film è oggi quasi introvabile, reperibile solo in una vetusta edizione in vhs (New Pentax) o in pellicola in formato super 8 per un tuffo nella nostalgia più totale. Da vedere.

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L’architetto Gepo (Fabio Testi) decide di lasciare la città e la società consumistica e si rifugia nell’isola di Lipari, dove vive ai limiti del barbonismo in una baracca sulla spiaggia; per guadagnarsi da vivere e sbarcare il lunario lavora saltuariamente in una cava di pietra pomice e si diletta a dipingere. Ha stretto una forte amicizia con la merciaia Assunta (Paola Pitagora) e con il suo figlioletto Giorgio (Franco Bartella), che ha contratto la poliomielite ad una gamba; complice l’assenza di Carmelo, il marito di Assunta che si trova in carcere, Gepo è spesso ospite a cena da lei e in paese tutti sono convinti che i due siano diventati amanti. Di questo avviso è soprattutto il cognato di Assunta, Ruzzo (Gino Santercole): l’uomo non vede di buon occhio questa presunta relazione del “forestiero” con la cognata e una sera, ubriaco fradicio, ritenendo di essere il solo a poter eventualmente accampare dei diritti sulla donna di suo fratello, le usa violenza in casa davanti al figlio che riporta un grave shock e si aggrava ulteriormente. Il bambino decide di scrivere una lettera al padre in carcere per avvisarlo di quanto successo mentre intanto Gepo riesce a vendere 3 suoi quadri a dei turisti in vacanza sull’isola, guadagnando così 100.000 lire che decide di dare ad Assunta affinchè Giorgio possa essere curato a Palermo. Tra questi turisti c’è anche la bella moglie di un industriale milanese (Maria Baxa) con la quale Gepo ha un breve ma intenso flirt.
Il dramma è appena iniziato: Assunta, in seguito alla violenza subita da Ruzzo, è rimasta incinta e decide di farsi praticare un aborto clandestino affinchè in paese nessuno sappia del fattaccio. Dal canto suo il marito, dopo aver ricevuto la missiva del figlio, scappa dal carcere e si incontra con il fratello nella cava di pomice per la resa dei conti. Ne nasce una violentissima colluttazione che si conclude con l’omicidio del poveretto ad opera di Ruzzo, che lo colpisce mortalmente al fegato con un coltello a serramanico. Assunta, in seguito all’aborto, viene ricoverata per un’emorragia e l’abortista improvvisata (Giovanna Di Vita), prima di essere condotta in carcere, rivela agli inquirenti che il padre del bambino è il pittore forestiero… Il maresciallo dei carabinieri in servizio sull’isola (Franco Ressel) ritiene dunque Gepo colpevole dell’omicidio di Carmelo per motivi passionali e lo fa arrestare.
Dopo qualche tempo Gepo viene scagionato da Ruzzo che, pentitosi dopo essere scappato in Venezuela, confessa di essere l’assassino del fratello e scrive una lettera nella quale si incolpa del delitto. Una volta scarcerato, Gepo ritorna sull’isola e scopre che Assunta è morta, che la sua capanna è stata saccheggiata e che tutti i suoi quadri sono stati rubati. Tutti i paesani lo accolgono con diffidenza e ostilità ma lui non se ne cura. La signora milanese ritorna anche lei per confessargli il suo amore e gli rivela che, in realtà, i quadri sono stati venduti in una importante mostra; dopo aver fatto l’amore gli offre la possibilità di andar via per vivere insieme a Milano ma l’indomani Gepo, con il biglietto per il traghetto in tasca, ci ripensa. Un futuro in città non fa proprio per lui: getta via giacca e cravatta con cui si era agghindato per la partenza e decide di restare per prendersi cura del piccolo Giorgio, rimasto orfano e ormai prossimo al ritorno a casa dopo le cure palermitane…

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Cast principale:

Fabio Testi

Paola Pitagora

Gino Santercole

Maria Baxa

Franco Ressel

Daniele Dublino

Luigi Casellato

Regia: Leros Pittoni

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