Category: Drammatico


Beatrice Cenci (1969)

beatrice cenci

Film certamente anomalo nella filmografia di Lucio Fulci, “Beatrice Cenci” è uno dei lavori che il compianto regista romano amava particolarmente, e a giusta ragione: lo sforzo produttivo e la difficoltà del mettere in scena la Roma cinquecentesca gli costarono molto tempo e fatica e fu un tentativo di tirarsi fuori dalle “pastoie” del cinema cosiddetto di serie B per lanciarsi nel cinema d’autore o comunque per affermare la sua presenza ad un livello superiore. Purtroppo per lui non andò così: il pubblico e la critica del tempo non apprezzarono il film e ciò procurò nel regista, che solitamente non era certamente tenero nei confronti delle sue opere, una enorme delusione. Un vero peccato, perché “Beatrice Cenci” è una pellicola straordinaria e la ricostruzione storica è resa davvero in maniera impeccabile: ispirandosi ad una storia vera (l’omicidio del conte Francesco Cenci avvenuto nel 1598 e commissionato dalla figlia Beatrice, poi condannata a morte insieme alla matrigna e ai fratelli che collaborarono al delitto), Fulci descrive un dramma storico condito da inaudite violenze e pone le basi del cosiddetto cinema della crudeltà che, negli anni a venire, sarà suo marchio di fabbrica inconfondibile (la scena brutale e sanguinosa del patricidio e le lunghe e insistite scene di tortura sono emblematiche in tal senso). Continua a leggere

L’innocente (1976)

l'innocente

Tratto dall’omonimo romanzo di Gabriele D’Annunzio, “L’innocente” è l’ultimo film diretto dal grande Luchino Visconti. Uscito postumo nelle sale a maggio del 1976, a distanza di circa due mesi dalla morte del regista, venne diretto in carrozzella da Visconti che, già gravemente malato, morì a causa di una trombosi non prima di averne visionato un primo montaggio. La versione definitiva uscita al cinema venne poi approntata con l’aiuto della segretaria di edizione Renata Franceschi la quale, come dichiarato in varie interviste, apportò correzioni minime, frutto di disposizioni precise che le aveva dato Visconti stesso sul set. La pellicola, ridondante e barocca, si contraddistingue per una scelta stilistica precisa del regista: ogni inquadratura è fissa, statica, e la macchina da presa non si muove mai. Niente panoramiche, carrelli, movimenti di macchina etc. : Continua a leggere

Il sorpasso (1962)

il sorpasso

“Il sorpasso” di Dino Risi, grande film che quasi tutti ascrivono alla commedia all’italiana ma che in realtà risulta di ben più difficile catalogazione, ci offre un vero e proprio spaccato dell’Italia degli anni ’60, quasi una sorta di manifesto sociale: il boom economico, la grande capitale vuota e deserta nel giorno di ferragosto, le macchine che sfrecciano sull’Aurelia (una lunga arteria che non a caso porta al mare e dunque simboleggia idealmente “la vacanza”), il tripudio balneare della costa toscana.
Scritto dallo stesso Risi con Ruggero Maccari e Ettore Scola e prodotto da Mario Cecchi Gori, il film era stato inizialmente pensato per Alberto Sordi ma il produttore toscano aveva Gassman sotto contratto e alla fine la scelta (non certo di ripiego) si rivelò azzeccatissima. Gassman dà infatti vita ad un personaggio incredibilmente variegato che si mostra cinico, arrogante, invadente e sfacciato ma allo stesso tempo irresistibile, brillante, carismatico e squarcione come la macchina che guida e che rappresenta quasi una estensione della sua personalità: una Lancia Aurelia B24 (nata come simbolo di eleganza e poi evolutasi col tempo in esibizione di prepotenza e aggressività), dal clacson sguaiato e tritonale, con lo sportello lato passeggero che mostra una riparazione e una verniciatura non completata, quasi a simboleggiare su se stessa le ideali cicatrici e il vissuto del suo proprietario. Ad affiancare Gassman abbiamo invece un Jean-Louis Trintignant che si mostra gentile, timido ed educato: la differenza tra i due (di età, di esperienza e di ideali) è notevole e la loro continua contrapposizione è arma vincente ed appassiona lo spettatore nel loro peregrinare on the road che si snoda tra il 15 e il 16 agosto del 1962, tra sorpassi pericolosi e scontri generazionali e di pensiero. Continua a leggere

un amore così fragile così violento

Dopo il buon successo di pubblico e critica del film di Damiano Damiani “L’istruttoria è chiusa: dimentichi”, trasposizione cinematografica del romanzo “Tante sbarre” di Leros Pittoni, è lo stesso Pittoni che decide di mettersi in proprio per portare sullo schermo un’altra sua fatica letteraria: “Un amore così fragile, così violento”. Con questo film lo scrittore firma la sua prima e unica regia e va detto che il risultato è davvero buono: alcuni panorami e scorci siciliani sono davvero fantastici e la scelta del protagonista, un Fabio Testi davvero efficace, si rivela perfetta. Testi, infatti, è sempre convincente nella figura dell’eroe solitario dal cuore d’oro e senza macchia e senza paura, qui per giunta ingiustamente accusato di un omicidio mai commesso. Ad affiancarlo si segnala una intensa Paola Pitagora (che regala anche un fugace nudo integrale), un perfido Gino Santercole e la bellissima Maria Baxa (anche lei nuda, of course). Continua a leggere

Mangiati vivi! (1980)

mangiati vivi

Il filone tutto italiano dei film cannibalici non conta molte pellicole ma le poche realizzate sono tutte quantomeno di buon livello. Il regista Umberto Lenzi gli aveva dato inconsapevolmente il via dirigendo “Il paese del sesso selvaggio” nel 1972, anche se lì era stato dato più spazio all’avventura che al cannibalismo vero e proprio. 5 anni dopo è però Ruggero Deodato a “stappare” definitivamente il genere, dirigendo “Ultimo mondo cannibale” nel 1977 per poi partorire il suo capolavoro totale nel 1980: “Cannibal holocaust”. A questo punto inizia una polemica tra i due registi su chi abbia realmente inventato il genere: Lenzi “incolpa” Deodato di aver girato “Ultimo mondo cannibale” per volere dei produttori (soprattutto tedeschi) ma solo perchè lui si era rifiutato di dare un seguito a “Il paese del sesso selvaggio”. Dal canto suo Deodato va per la sua strada insistendo anche con “Cannibal holocaust” , che diventa un caso clamoroso in tutto il mondo e gli vale l’appellativo di “Monsieur Cannibal”; ciò fa scattare la molla decisiva che spinge Lenzi a scendere nuovamente in campo e dire la sua sull’argomento (quasi a voler dire “Ora vi faccio vedere io”), portandolo a dirigere tra il 1980 e il 1981 una strepitosa doppietta composta da “Mangiati vivi!” e “Cannibal ferox”. Continua a leggere

Dedicato a una stella (1976)

dedicato a una stella

Pregevole pellicola che va ad inserirsi nel “famigerato” filone italico dei “lacrima-movies” degli anni ’70, “Dedicato a una stella” è un’opera estremamente delicata diretta dal classico regista che non ti aspetti, quel Luigi Cozzi che ha dedicato la sua vita al giallo/thriller, l’horror, il fantasy e la fantascienza. Qui invece il territorio battuto è solo quello del romanticismo e dell’amore che valica le barriere del tempo e dell’età ed è unico moto perpetuo che riesce a smuovere l’indolenza di un intenso Richard Johnson (bravissimo!), pianista in crisi che si scopre innamorato della freschezza dei vent’anni di una Pamela Villoresi che gli si mostra piena di vita e di energia, a dispetto della malattia terribile (la leucemia) che la spegnerà nel giro di pochi mesi… Continua a leggere

Regalo di Natale (1986)

regalo di natale

“E’ una strana notte per giocare…”

Amarissima pellicola di Pupi Avati che nel 1986 lancia Diego Abatantuono per la prima volta in un ruolo drammatico e praticamente dà il via alla sua seconda carriera dopo che il personaggio del “terruncello” aveva ormai perso mordente e originalità. Abatantuono è davvero convincente (vincerà un nastro d’argento come miglior attore non protagonista) e il resto lo fanno una sceneggiatura di ferro e l’immensa bravura di un clamoroso Carlo Delle Piane, fedelissimo di Avati giustamente premiato con la Coppa Volpi come miglior attore. Altro fedelissimo è Gianni Cavina, cui si aggiungono il tormentato George Eastman e un intenso Alessandro Haber. Continua a leggere

Un dramma borghese (1979)

un dramma borghese

Questa pellicola diretta da Florestano Vancini è indubbiamente coraggiosa e dimostra ancora una volta come negli anni ’70 si riuscissero ad affrontare tematiche difficili e scabrose senza troppe remore e con occhio lucido e attento: qui il regista pone il suo sguardo sull’ambiguo e morboso rapporto tra una ragazzina quindicenne e il padre vedovo, in una storia torbida e audace liberamente tratta dall’omonimo romanzo postumo dello scrittore Guido Morselli. Protagonisti sonoil papà Franco Nero e la giovane figlia Lara Wendel (all’epoca quattordicenne). Diciamo pure chiaramente che oggi realizzare un film simile sarebbe alquanto improbabile: è vero che non esiste più la censura ufficiale con i magistrati che sequestravano, tagliavano a più non posso oppure mandavano al rogo le pellicole ma in realtà una certa censura nascosta resiste ancora, ed è forse ancora più sottile e ipocrita… Continua a leggere

cannibal holocaust

“Cannibal holocaust” di Ruggero Deodato è un autentico capolavoro di violenza e crudeltà e si è guadagnato sul campo, nel corso degli anni, la meritatissima qualifica di “film maledetto”: bannato, censurato e tagliato in 23 paesi all around the world, è una pellicola che non si guarda impunemente e che lascia il segno senza alcun dubbio. Gli effettacci puntano a shockare il pubblico e vengono quindi mostrati allegramente squartamenti di vario tipo con sangue che scorre copioso e frattaglie e budella, coniugando in modo egregio lo splatter viscerale e l’action movie. Gli spettatori sensibili avranno svariati argomenti per detestarlo perchè alcune scene sono insostenibili sul serio e sono il frutto di una precisa scelta stilistica: il regista lucano ha voluto girare un film dal taglio documentaristico che fosse il più realistico possibile e quindi vi ha inserito anche alcune scene (reali) che mostrano l’uccisione di alcuni animali (nello specifico un topo muschiato, una tartaruga gigante, una scimmietta e un maialino). Continua a leggere

In nome del popolo italiano (1971)

in nome del popolo italiano

Triste riflessione sulla giustizia italiana e sul nostro paese in generale, questo gioiello firmato da Dino Risi è un’amara denuncia sociale che, dietro una apparente patina di commedia (visto che ci sono due mostri sacri come Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman), mostra tutta la sua drammaticità e anticipa temi ancora oggi spaventosamente attualissimi; è incredibile che un film del genere abbia sul groppone 47 anni…
E’ fin troppo chiaro che la premiata coppia di sceneggiatori Age e Scarpelli mostri molta poca fiducia nella giustizia italiana che non solo non è uguale per tutti ma è alquanto scalcinata e traballante: non a caso il palazzo di giustizia viene sgomberato in quanto pericolante e gli uffici devono trovare ospitalità presso le caserme… In un clima di degenerazione dominato da corruzione e intrallazzi di ogni tipo si muovono i due mondi contrapposti rappresentati da Tognazzi e Gassman: il primo, giudice severo e inflessibile, e il secondo, industriale potente e arrogante che agisce sempre in totale spregio alla legge. Continua a leggere

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